Il 20 luglio 2001 sono colpiti (d'ufficio) da avviso di garanzia per omicidio volontario i carabinieri Mario Placanica, ausiliario al sesto mese di servizio, e Filippo Cavataio, che era alla guida del Defender.
Si aprono così le indagini preliminari condotte dal PM Silvio Franz.
Il 27 agosto 2002 il PM Franz apre l'inchiesta per tentato omicidio a carico di tre manifestanti presenti in piazza Alimonda.
Il 2 dicembre 2002 il PM Franz avanza la richiesta di archiviazione per Mario Placanica (per legittima difesa) e per Filippo Cavataio (nell'autopsia, eseguita dai medici legali Marcello Canale e Marco Salvi, si esclude che il doppio passaggio del Defender sul corpo di Carlo gli abbia potuto procurare lesioni mortali).
Il 5 maggio 2003 la GIP Elena Daloiso decide per l'archiviazione delle indagini, non solo in nome della legittima difesa, come aveva chiesto il PM Silvio Franz, ma anche per "uso legittimo delle armi in manifestazione".
In seguito all'archiviazione dell'omicidio di Carlo cade l'accusa di tentato omicidio a carico dei tre manifestanti indagati, resta però aperta quella relativa a devastazione e saccheggio.

Con l'archiviazione si è voluto cancellare tutto.
· archiviate le circostanze che portano agli scontri in Piazza Alimonda
· archiviata la reale distanza di Carlo dal Defender
· archiviata la presenza di ufficiali di elite dei C.C. a pochi passi dal Defender, che risulta quindi tutt'altro che "isolato"
· archiviati i dubbi sull'identità di chi spara
· archiviate le stranezze "balistiche" della vicenda e le contraddittorie conclusioni dei periti del PM
· archiviato il primo depistaggio da parte della P.S.
· archiviata la ferita sulla fronte di Carlo

Quello che noi chiediamo è un processo, un pubblico dibattimento, che renda possibile discutere delle diverse ipotesi della parte civile, delle contraddizioni di Placanica negli interrogatori. Un processo con periti al di sopra delle parti, dove anche la parte civile abbia la possibilità di poter interrogare e controinterrogare i testimoni.

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È il primo processo che si è aperto a Genova in seguito ai fatti del luglio 2001.
All'alba del 4 dicembre 2002, su mandato della magistratura genovese, vengono indagate 23 persone in diverse città italiane (Genova, La Spezia, Parma, Milano, Pavia, Lecco, Bergamo, Brescia, Padova, Rovigo, Firenze, Roma, Napoli, Avellino, Reggio Calabria, Palermo, Ragusa, Messina e Catania) e vengono effettuate 45 perquisizioni.
Il GIP Elena Daloisio ordina i provvedimenti di custodia cautelare in carcere per 9 dei 23 indagati (altri quattro sono di arresti domiciliari, sei obblighi di dimora e quattro obblighi di presentazione all'autorità giudiziaria), provvedimenti assunti a distanza di un anno e mezzo dai fatti. Il tutto all'indomani della scarcerazione degli attivisti arrestati il 14 novembre scorso su ordine della procura di Cosenza.
Le accuse sono di devastazione e saccheggio (reati che prevedono pene da 8 e 15 anni), incendio, fabbricazione, porto e detenzione di materiale esplosivo, porto e detenzione di arma impropria, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Non sono contestati reati associativi, ma compare la teoria della "compartecipazione psichica".

Erano i giorni delle manifestazioni a Genova contro il vertice dei G8, e la notte del 21 luglio 2001 attorno alle 23.30, il primo reparto mobile di Roma, in tenuta antisommossa, comandato da Vincenzo Canterini, fa irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli, (la prima utilizzata dai manifestanti come dormitorio, la seconda come centro stampa), per effettuare una perquisizione ai sensi dell'articolo 21 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
La perquisizione si conclude con 93 arresti e 82 feriti, di cui tre prognosi riservate.
Degli 82 feriti, 63 vengono condotti in ospedale, e i rimanenti 19 vengono portati direttamente nella caserma di Bolzaneto.
Tutti le persone ospitate all'interno della scuola vengono tratte in arresto con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov.

Da subito e nei giorni successivi, alti funzionari di polizia e il ministro degli Interni dichiarano che:
- le pattuglie poi entrate nelle scuole furono aggredite dal lancio di oggetti e da una sassaiola;
- le ferite e le contusioni riportate dai manifestanti arrestati erano pregresse;
- all'atto dell'irruzione l'agente Nucera era stato colpito da una coltellata da parte di un non identificato aggressore;
- all'interno della scuola Diaz erano state sequestrate "armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegavano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Block", ed in particolare erano state ritrovate due bottiglie Molotov.

Erano i giorni delle manifestazioni a Genova contro il vertice dei G8, tra il 20 e il 22 luglio 2001 e la Caserma di Bolzaneto era stata trasformata nel luogo di raccolta degli arrestati.
Dopo tre anni dal G8 di Genova, cominciano a venir fuori le verità sui pestaggi e le torture subite dai manifestanti nella caserma di Bolzaneto. Il 21 gennaio 2004 viene reso noto dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, che un agente ed un sottufficiale della polizia penitenziaria hanno raccontato al Procuratore Francesco Lalla (che stava per chiudere l'inchiesta), abusi e violenze sui manifestanti arrestati.

Le dichiarazioni hanno tirato in ballo le alte sfere, come Oronzo Doria, il generale della polizia penitenziaria, e Alfonso Sabella, il magistrato che dirigeva la "spedizione" genovese del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). Il magistrato Sabella, ex PM antimafia a Palermo, era stato finora considerato uno dei testi chiave dell'indagine sulle violenze nella caserma-carcere di Bolzaneto. Ora è anche indagato. Testimonianze inedite, che hanno aperto uno spiraglio nel muro dell'omertà. Gli agenti hanno affermato di avere all'epoca informato i propri superiori e le nuove testimonianze hanno indotto i magistrati ad allargare il numero degli indagati.

Il 18 ottobre 2004, si è aperta ed è stata subito rinviata la prima udienza preliminare per il cosiddetto "processo Perugini".
Si tratta dell'aggressione ai danni di un ragazzino e di alcuni suoi compagni mentre erano seduti a terra. L'immagine è quella famosa in cui il ragazzino con lo zigomo fratturato e la faccia deformata dalla frattura urla contro i funzionari che lo hanno appena pestato. Per questo episodio sei funzionari sono accusati di falso, calunnia e abuso di ufficio per aver falsificato i verbali e per aver falsificato il reale andamento dei fatti smentito da innumerevoli prove video e fotografiche.
I sei funzionari sono: Spartaco Mortola (ai tempi capo della Digos di Genova), Alessandro Perugini (ai tempi vice capo Della digos di Genova), Antonio Del Giacco, Sebastiano Pinzone, Enzo Raschella, Luca Mantovani, Giuseppe De Rosa (funzionario della Digos di Milano). A De Rosa, Perugini e Pinzone vengono contestate anche le lesioni private.

Piazza Manin, il Processo De Gennaro, il Processo Canterini, il Processo Savonarola.

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